"Io anelo alla mia terra, nella cui polvere si sono consunte le membra e le ossa dei miei. Ricordo la Sicilia, e il ricordo viene dal dolore che mi travaglia. Ma se fui bandito da un paradiso come posso io darne informazioni"

mercoledì 3 novembre 2010

Tutti guardano al mare

Non che sia stata una scelta azzeccata mettersi a camminare sul lungomare, quel pomeriggio.
Lo faceva sempre, da quando tornava in quella città soltanto poche volte all'anno, e come tutte le altre volte tornava a camminare lungo quel tratto tra il prato ed il mare, mentre cinquantenni appesantiti trovavano nel sudore consolazione alle proprie frustrazioni e coppie si fermavano a guardare aquiloni. La sua mente leggera prendeva a confondersi, disabituata a quell'improvviso silenzio dai noiosi e claustrofobici pensieri lavorativi. Era lì per ritrovare la città e cominciava a perdere contatto con la terra. Si sedette su quelle panchine colorate, che oramai smussate da più parti mostravano la propria anima di cemento. Si distese su di esse e prese le cuffie che uscivano dal suo maglione, ma la modalità casuale, che normalmente utilizzava, continuava a riproporre note di Nick Drake e Charlotte Gainsbourg, che irrispettose incentivavano una malinconia che lentamente affiorava, e che latente sentiva da qualche ora. Neppure i sorrisi e gli sguardi delle due rumene sedute accanto a lui sembravano interessargli.
Pensava piuttosto che più che una medicina per l'anima, il ritorno a casa fosse un secchio che ripescava in un pozzo nel quale rimanevano soltanto ricordi e malinconia delle quali poteva fare a meno.
Con questi pensieri prese la strada del ritorno, guardandosi intorno ed accorgendosi che tutti, alla fine dei giochi, guardano il mare.
Da PERSONALI



E abbiate pietà di me, se mi son fissato con le lomografie.

lunedì 1 novembre 2010

Ti depixelo io

Immagino fossero già ai nastri di partenza i giornalisti stamattina per pubblicare le foto "de-pixelate" di Ruby.
A questo punto nel dibattito sempre attuale tra l'ipotesi che la nostra sia la civiltà dei guardoni o che siano i giornalisti a creare questa degenerazione, sappiamo a chi dobbiamo assegnare un punto.



martedì 26 ottobre 2010

Prega

Prega uomo, prega.
Quando sembra l'ultima risorsa, prega. Quando hai dimenticato chi pregare, prega.
Anche se hai smesso di cercare, prega.
Odia e prega.
Prega e odia.
Perché è naturale odiare, sputare in terra, maledire. Perché è la tua bocca a chiederlo, e la tua rabbia a ribollire.
Non c'è nulla da nascondere, dopotutto è solo rabbia ed un temporale.
Per il quale non ti resta che pregare.


mercoledì 20 ottobre 2010

In possibile memoria di

Non è che non voglia più scrivere. Anche se la distanza tra un post ed il successivo tende ad estendersi senza sosta, mi esercito continuamente nel comporre frasi che abbiano un senso compiuto, che diano una linea di condotta al pensiero, che però raramente tornano però ad aver voglia di occupare questo spazio.
Si fa spazio la sensazione fastidiosa che un brusio inutile affolli le giornate senza regalarne il minimo surplus, ed al quale sarebbe opportuno sottrarsi. Ché nei messaggi di stato si annidi l'animo di questo guazzabuglio che chiamiamo società, con la sua necessità costante di veder esposta in prima pagina la propria esclusività, originalità, banalità.
E quindi vien da chiedersi se non sia il caso di smetterla con tutto questo rumore inutile, quando oltretutto non spicca per originalità o per sagacia.
Eppure l'ottuso senso di responsabilità che lega ad un blog è difficile da sradicare, e l'abitudine a raccogliere pensieri, seppur diradati, la sto perdendo malvolentieri.
Potrei dirvi che per scrivere occorre pensare, ma aver la testa in aria non è più molto consigliabile. Potrei dirvi che la scrittura richiede silenzio, perché un blog è uno spazio di scrittura che si riempie in maniera inversamente proporzionale al piacere od anche solo al numero di coloro con cui puoi condividere pensieri. Potrei dire che sarebbe meglio riempire questi spazi di progetti più concreti.
O potrei anche solo dirvi che è davvero difficile provare a scrivere su una tastiera insulsa quanto questa, o anche quando provi a farlo da una tastiera inesistente.
Ma in fondo, un blog è solo una scialuppa di salvataggio per qualche pensiero più coraggioso, e come tale è bene che rimanga ciò che è.

La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla. (Gabriel Garcia Marquez)

mercoledì 13 ottobre 2010

Genova per...i Serbi

A guardare le immagini da Marassi (no, non queste), con quel indomito imbecille a cavalcioni nelle inferriate a tagliare la rete e ad incitare i suoi connazionali, sembrava che ai commentatori Rai interessasse soltanto del fischio d'inizio. Collovati, in particolare, sembrava contare i minuti prima di guadagnare questi tre punti senza faticare, neanche dovesse tornare a giocare, magari senza ritrovare quella parrucca che portava quando dava ancora calci al pallone.
Che poi, vedere la polizia così impotente, era del tutto surreale. Genova, così assennati, non ce li ricordavamo.
Ed in tutto ciò, speriamo sia davvero posteggiata in qualche carruggio ben nascosto, la Punto di Silvia.

lunedì 4 ottobre 2010

Respirando

Accadrà che torni a scrivere.

venerdì 24 settembre 2010

Una serie di sfortunati bla bla bla

Esce la macchina dal garage, sistema gli ultimi pacchi nel bagagliaio, i bambini li posiziona sul seggiolino, la moglie accanto a lui aggancia la cintura di sicurezza. Con un leggero tocco delle dita sposta lo specchietto retrovisore e poi lancia un'ultima occhiata al muso della sua utilitaria tirata a lucido prima del viaggio che lo porterà al mare, finalmente.
Giusto il tempo di fare retromarcia prima che un uccello di passaggio su quel cielo non decida di depositare un getto scagazzante sul cruscotto, poco sopra al tergicristallo.
Incurante, con uno spruzzo cerca di tirar via l'orripilante regalo, ma l'imbratto si espande con il fastidioso rumore del tergicristallo a far da sottofondo.
Costretto a riaprire nuovamente la porta del garage, tirar fuori un secchio e gettarlo con forza contro quel vetro oramai unto, sente qualcosa nel suo motivato buonumore incrinarsi. Il presagio di qualcosa che da quel momento sarà inevitabile, e che probabilmente l'accompagnerà per tutti e quattrocento i chilometri che si troverà a percorrere.

Ed io ho proprio la stessa sensazione, in questi giorni. Come se si fosse aperto un varco nello spazio tempo in cui si possano moltiplicare i fenomeni fortuiti e le sfighe generiche che, se capitano tutte insieme, quanto meno, ti viene da chiederti se non fosse stato meglio dare uno sguardo agli oroscopi per poi decidere di restare sotto le coperte. A tempo indeterminato.
Non starò neanche ad elencarle, le sfighe, perchè per certe è meglio mantenere un certo riserbo, quanto meno per riservare quel briciolo di dignità che ormai resta. Tanto certi resti, sono ancora visibili, intorno a me. Solo per gli occhi attenti.
Però, quando per quelle strane coincidenze sono rimasto solo per le strade di Genova e, preso dalla certezza che tracannarmi due litri di birra all'Oktoberfest in piazza Vittoria sarebbe stato quanto meno avvilente, ho deciso di recarmi da Blockbuster, non pensavo potesse ancora esistere un posto del genere.
Un luogo in cui trovare così tanti bipedi disposti a fare una fila, dopo aver vagato tra gli scaffali dribblando popcorn e cheesecake, e cosa ancor più inconcepibile disposti a pagare ben 4,95€ per noleggiare un film, che si, potrai tenere anche tre sere di seguito, neanche fosse "C'era una volta in America", ma che fondamentalmente potresti procurarti in almeno dodici modi diversi.
Un luogo che è un residuo del passato a cui rimane ostinatamente legato, come se gli anni 90, ehi, fossero ancora intorno a noi. Come se non fosse passato tra noi Napster, Emule, Torrent, Coolstreaming, linkstreaming e quant'altro. Come se non ci fosse un modo per essere competitivi ancora oggi, magari offrendo un download in chiavetta in pochi minuti, o più semplicemente offrendo dei prezzi più competitivi.
Vederli così avviare, con coerenza magari, verso la fine, è roba da folli. Con le loro belle magliettine gialle. Da kamikaze sorridenti.

Per la cronaca l'inconsistenza della serata mi ha spinto a farlo, e cos'ì anch'io dopo la fila glieli ho pure dati quei cinque euro scarsi. Ed ho fatto pure la tessera. La conserverò tra i cimeli.

Peccato che poi quel maledetto lettore dvd non funzionasse. Vacca boia.


martedì 21 settembre 2010

I simpaticoni di Repubblica

Niente male la scelta della pubblicità nel bel mezzo della risposta di Walt.



martedì 14 settembre 2010

All'incontrario va

Vi ascolto. Non posso farne a meno. Metto da parte le mie letture, ed infilo le cuffie per nascondere la curiosità che dal primo minuto avete conquistato.
Immagino però che l'abbiate capito anche voi, ma non ve ne importa.
Il flusso delle vostre parole non ha cura di un compagno di viaggio particolarmente indiscreto. Alzo gli occhi di tanto in tanto per guardare i vostri volti.
Sembrate per caso capitati su questo vagone di seconda classe di un regionale, il vostro aspetto distinto tradisce una certa agiatezza non troppo ostentata. Potreste essere marito e moglie, tanta è il fastidio con cui lei inizialmente accoglie sul suo viso truccato le parole di lui. Una coppia stanca, magari, dopo una vita intera, ma così non è. E' chiaro.
Dalla bocca dell'uomo è un fluire dei ricordi inarrestabile, che sembra voler scavare indietro d'un secolo. Sembra una perla, rara come la voglia degli uomini anziani di parlare senza la durezza che la vita ha loro assegnato.
Le sue parole, dolci, invece, escono con difficoltà dalla sua bocca, le vedo costruirsi lentamente nel rimuginare delle sue labbra fino a quando non vengono sputate fuori senza condizione di discontinuità. E' un uomo forte ancora adesso, lo si vede, così rimango stupito nell'accogliere l'informazione sul suo anno di nascita, 1928.
Le sue parole non nascondono un'insicurezza che non smette di far notare alla sua interlocutrice, a questo punto anche a me, sottolineando piuttosto degli imprecisati problemi che fino in fondo non ha mai risolto.
"Ah, se solo avessi avuto un'educazione diversa, probabilmente non sarei così", si lascia sfuggire raccontando la sua infanzia napoletana.
Dei genitori rigidi, come lo si era una volta.
E poi lui, il fratello e le due cugine, quasi due sorelle. Figlie di uno zio a cui tutti avevano voltato le spalle, dopo il matrimonio con una sua dipendente, uno scandalo mai accettato in famiglia.
Uno zio silenzioso e misterioso. Che però lasciava trapelare un certo affetto per lui, coraggioso al punto da non lasciarsi sfuggire una lacrima neppure dopo esser rimasto incastrato con la mano nella portiera di una macchina.
Uno zio strano, additato persino come antifascista. Come suo nonno, forse, un rivoluzionario, osa dire, ricordando la scoperta, con il fratello, in un armadio, di un vecchio vestito da garibaldino.
I racconti si spostano velocemente lungo quegli anni, mentre lei, la testa appoggiata al vetro, accarezza la catenina d'oro, annuendo di tanto in tanto. A volte, le storie che percorre sembrano incrociarsi con i sogni, quei sogni così ricorrenti da prendere la forma dei ricordi.
Come l'incontro con Nuvolari, che a lui sembrava enorme tanto lui era piccolo, nell'officina del paese. Una tuta lucente, e quella cerniera lunghissima che lasciava poi aprirsi al collo, insieme al bavero che ne dava un tono fiero. E la sua macchina, un Alfa rossa bellissima, che racconta con quella "i" strascicata come a riprodurre lo stupore di quel momento, fino all'apoteosi della mano del campione che si pone sulla sua testa e chiede "Cosa fai, piccolo?". E lui muto, niente, silenzioso, timido, che non sa cosa rispondere, se non uno strascicato "Nulla signore, stavo guardandola".
E io sto lì, sfogliando distrattamente una rivista, di fronte a loro.
Scopro molte cose, dettagli infinitesimali che costruiscono i percorsi delle loro vite, e dei giorni appena trascorsi in Liguria.
Sono davvero lì per caso, dopo aver perso il treno per il quale avevano prenotato. E l'hanno perso dopo qualche bicchiere di troppo, che lui comunque ritiene di aver retto bene, in un parere che non collima con quello della sua compagna di viaggio. Che da allora si diverte a stuzzicarlo, ribadendo quanto abbia cercato di fermarlo più volte nei suoi tentativi di adescamento della cameriera, alla quale avrà ordinato parecchi caffè.
Lui, d'altro canto reagisce con un rossore istintivo, timoroso degli atteggiamenti che non ricorda affatto, e per il quale nutre il pudore nell'essere stato possibilmente sconveniente. E si contorce in questo timore allo stesso modo di prima, quando vagava tra i ricordi, questa volta però nel timore di una gaffe spinta dall'eccessiva loquacità che il vino potrebbe aver evidenziato ulteriormente.
Sembra passato velocemente, un viaggio di questo tipo, e potrebbe durare una giornata intera, senza sentire il peso.
Un incontro di una bellezza rara, che nei treni sembra però sempre possibile, probabilmente per quella possibilità di trovarti seduto dinnanzi ad uno sconosciuto, per minuti, ore, con la possibilità di conoscere, o soltanto di sbirciare quel poco che gli altri ti lasciano vedere.



E soltanto per una fortuita coincidenza la sera prima Dalla e De Gregori mi abbiano cantato di Nuvolari, in una piazza genovese.

venerdì 10 settembre 2010

Sottovoce

Le cronache raccontano di attacchi in pubblici dibattiti, di voci che inveiscono in tono perentorio, che zittiscono chi non si tollera. Lo spazio per il dibattito (il dibattito, si, che ci vuole) è risicato, non interessa davvero più nessuno, non c'è spazio per le posizioni ragionate, per la contrapposizione delle idee, per i toni misurati.
Il senso delle parole di Enrico Letta durante l'attacco a Bonanni cade nel vuoto, le parole vengono udite da chiunque come un canto del cigno, un segno di debolezza al confronto con le parole senza remore che scorrono su certi giornali e sulle bocche di certi politici.
In questo spazio pare non esserci neanche posto per il partito Democratico (complici le solite pecche su cui è inutile ripetersi), stretto tra le stridule espressioni di Di Pietro e un centro sempre più invadente. All'esposizione del pensiero risponde lo sbadiglio, alla complessità dei problemi prevalgono le soluzioni affrettate. In questo spazio può muoversi soltanto un'estremismo pericoloso, che chiaramente vediamo strisciare nell'humus creato dal malumore di tanti, che lascia parlare soltanto con toni forti. Possono muoversi soltanto atteggiamenti fascisti, come se questi fossero gli unici possibili quando la frustrazione non permette di formularne di migliori.

Sembrano lontani i tempi in cui alle cattive idee si poteva controbattere proponendone di migliori.

domenica 5 settembre 2010

Diario di Settembre

Tornavi dalle vacanze, era il momento per buttar via la polvere dagli scaffali dopo due mesi di vacanza, tutto lentamente tornava a rimettersi in moto. Cominciavi a stilare mentalmente la lista dei tuoi buoni propositi, una materia in cui migliorare, uno strumento da imparare, ricominciare con la pallavolo, attaccare bottone con quella tipa del classico.
La mente si muoveva disegnando percorsi, quando le possibilità che si dipanavano dinnanzi erano infinite, e costruivi mattone su mattone ciò che volevi essere.
Adesso che le responsabilità hanno rubato spazio alle possibilità, a Settembre hai ancora tempo per immaginare, benché tanti bivi li hai già imboccati.
E, sarà probabilmente per questo che ho sognato quest'immagine, andando per Navigli.

giovedì 2 settembre 2010

We used to wait

Dichiaratamente non li ho ancora apprezzati al punto giusto, per cui qualche giorno fa ho voluto visitare il loro sito così da ascoltare qualcosa dai vecchi album.
Mi sono trovato invece a cliccare su un video, scoprendone la geniale intuizione.
Un ragazzo, sulle note dell'ultimo singolo degli Arcade Fire, corre per le vie della mia città, fuori dal balcone di casa mia, e sembra quasi di vederlo scorrere accanto alla tua macchina posteggiata sul marciapiede. I popup continuano ad aprirsi rivelando uccelli in volo e alberi che sbucano dall'asfalto.
In questo visionario uso di Google Street mi è sembrato di vedere un pezzo di futuro, come quando ascoltavi l'ultimo disco dei Radiohead e ti davi di colpo uno scossone più in là.
Ho provato a vedere ciò che accadeva per le strade della casa palermitana per poi confrontarle con la paciosità delle campagne brianzole.
L'effetto è questo qui.


Poche ore dopo il Post, puntuale come al solito, ne raccontava i dettagli.

p.s. Guardarlo richiede che installiate Google Chrome. Da quel momento non ho smesso di usarlo. Mi sembra di una pulizia invidiabile.

mercoledì 25 agosto 2010

Panni e pitale


Butera, Sicilia

Con immutata stima

Caro Walter,
esiste probabilmente una maniera meno retorica e prolissa per esprimere un concetto che potrebbe stare nel più piccolo dei block notes, che ci consenta di liberare il nostro spazio già saturo di letture dalle metafore che ti sentiamo raccontare da anni.
Sarebbe bastato dirci di andar giù, fino a quel concetto, e ci saremmo trovati perfettamente d'accordo.
Come del resto accade quasi sempre, con la tua capacità, te ne devo dare atto, di proporre un racconto del percorso della politica che oggi manca.
Vedo anch'io il PD all'angolo, marginale alla battaglia politica che si muove tutta sul centrodestra, capace soltanto di giocare di sponda.
Vedo anch'io con preoccupazione la nascita di una nuova forza di centro (certo strano che una fondazione che fin dal nome si proietta in avanti, "Farefuturo", proponga qualcosa che ricordi la balena bianca) che possa mettere in discussione il bipolarismo, una delle più importanti vittorie conseguite dal centro sinistra negli ultimi dieci anni.
Vorrei anch'io la fine del Berlusconismo.
Al contrario di te però riesco a vedere i tuoi errori, il tuo fallimento, l'incapacità (o la debolezza) nel tradurre un programma valido in un progetto, come in molti hanno fatto notare.
Per cui, se davvero vuoi fare qualcosa di utile, fatti da parte, come avviene in qualsiasi altro paese al mondo, lavora dietro le quinte e prepara lo spazio per chi può essere in grado di proseguire quella strada.
In quel caso, vedrai, te ne saremo grati.
Soprattutto se potremo fare a meno della tua retorica.

Con immutata stima,
Mauro

p.s. comunque ci volevi tu per tornarmi a far parlare di politica.

martedì 24 agosto 2010

Guida galattica per autostoppisti

L'ho detto tempo fa, i libri passano troppo velocemente.




Per questo qualche pagina cade su questo spazio, talvolta.
Questa per esempio, dalla "Guida galattica per autostoppisti", è memorabile.

venerdì 20 agosto 2010

Le tue parole sono lame/2

Al bar della piazzetta, le chiacchere si sprecano. Come in ogni bar che si rispetti. Altrimenti non si chiamerebbero chiacchere da bar,no?

E così che non mi meraviglio più se qualcuno mi racconta di essere stato preso per stupido soltanto perchè ha deciso di spostarsi a vivere a Milano.

"Ma cu tu fa fari, picchì un ti pigghi a residenza ccà e ti cierchi un travagliu ppì tri misi l'annu?"*

Tanto poì c'è la "disoccupazione" a farti andare avanti, magari con l'aiuto di qualche lavoretto in nero.

Di fronte a questa che è pura filosofia, lo si pensa davvero di essere stupidi.


*"Ma chi te lo fa fare, prendi la residenza qui, e poi lavori solo tre mesi l'anno".

giovedì 19 agosto 2010

La fisica, piuttosto.

Ho sentito che ieri se ne è andato un grande Italiano.
Ve ne siete accorti, no?

mercoledì 18 agosto 2010

Luoghi d'estate

Ne abbiamo passate tante io e te da quell'estate del '90 in cui decidemmo di vivere insieme a te le nostre giornate d'estate.
Ricordi?
Ti conoscevo da tempo. Da quando sono nato, si può dire. Ricordavo poco di te, anche se passavo attraverso te frequentemente. Eri piccola, allora. Pochi pescatori, stavano con te.
Poi, in pochi anni, cominciasti a crescere in maniera disordinata, con le tue gambe e le tue braccia in spericolata espansione.
Abusavano di te. Da piccola escrescenza a cui si volgeva le spalle, in pochi anni ti guadagnasti gli occhi di molti.
Diciamoci la verità, non eri neanche tanto bella. Vivevi in un posto bellissimo, ed in molti ti vennero a cercare forse per quel mare che ti bagnava ma che tu non riuscivi a raggiungere. Potevi essere molto bella, e così ti immaginavano in molti. Bastava l'immaginazione in quegli anni di sbornie, e quelle tasche riempite dagli opulenti ottanta, si potevano svuotavare per molto meno.
E tu eri ancora vergine ed inesplorata.
Cominciasti cosi ad essere frequentata per anni da parecchia gente. Brulicavano verso di te in molti.
Erano diverse le serate con te. Come lo erano forse tutte quelle della nostra adolescenza, che dovremmo aver il coraggio di estirpare insieme al germe della malinconia.
Crescemmo con te, in quei pochi giorni che passammo insieme, ogni estate. Perdemmo la testa parecchie volte, e nei modi più diversi. Ci annoiammo persino con te.
Perchè eri anche noiosa, nelle giornate in cui il caldo toglieva a noi anche la voglia di giocare. E di inventare.
Tu non inventavi mai nulla, ti limitavi ad offrirti per ciò che eri. Brulla, come una terra di passaggio.
Ed infatti tanti di quelli che si innamorarono di te poi scapparono, per mancanza di fantasia. Rimasero in molti, ma non i più spietati che chissà per quali amori poi si infatuarono.
Noi tornavamo ad essere li. Ogni tanto ti tradivamo, alla ricerca di altri lidi, ma poi era da te che tornavamo. Comunque calamitati.
Sei cambiata negli anni, sei persino diventata più bella, dicono. Con nuove energie a rinvigorirti, e nuove speranze.
Hai cambiato aspetto, e mi piacerebbe vederti una volta al pieno delle tue potenzialità, capace di offrire ciò di cui sei capace.
Ciò nonostante, la tua imperfezione non fa che riattirarmi a te, come ogni anno.
E non sarebbe Estate se non ci fossi tu, almeno una settimana a farmi compagnia.

martedì 10 agosto 2010

Le tue parole sono lame

"Dai, fammi prendere quattro dolci per i miei nonni acquisiti, cosi vediamo se mi passano la pensione".

Qualche giorno fa, in fila al balcone dei dolci, quasi sguarnito alle tredici di una domenica d'Agosto. Incontrando un amico dei pomeriggi estivi di qualche anno fa.

lunedì 2 agosto 2010

10:25

Uno dei primi post che finirono su questo blog lo scrissi una notte parecchio accidentata proprio nella sala d'attesa di seconda classe della stazione di Bologna.
Le sensazioni per il libro che stavo leggendo trovarono la loro conclusione, fatalmente, in quel luogo.
Cosi, ve lo ripropongo.

domenica 1 agosto 2010

Anche i centri commerciali, a volte, chiudono

L'estate non esiste.
L'ho scoperto stasera.
Si, Milano è quasi vuota, tanto da trovar parcheggio ai Navigli in pochi minuti. Tanto da potersi perdere per vicoli della città per cercare l'unico concerto decente ora che il programma, qui, è desolante.
Tanto da perdersi realmente fino a finire alla Scala, non so ancora bene come, non trovare il concerto, passeggiare per una galleria in cui i tavolini sono occupati solo da vacanzieri russi, trovare il tempo per assistere ad un possibile "aggaddo" in un bar, con promesse di reciproche coltellate e suonanti, e volanti, schiaffoni.
Ma, come dicevo l'estate non esiste, quando puoi sentir bisogno di calzoni lunghi.
Quando tra le lacune dei programmi anche in provincia decidi di andare al cinema. Solo per vedere il film con gli attori più bravi. In cui scopri che il migliore è Ken, per una volta capace di rubare la scena persino a Barbie.
Quando ti trovi in un centro commerciale una sera di luglio e trovi un pienone tra i negozi anche alle dieci di sera.
Ma non alle 00:23, quando persino loro chiudono e puoi persino salire sull'aeroplano delle giostre.
No, non è estate, almeno fino a mercoledì.
Anche perchè le notizie alla tv, accesa al rientro a casa, raccontano che i talk show
stanno tornando di corsa, adesso che stanno tornando a schierare i cannoni.

martedì 27 luglio 2010

Piccoli aiutanti di...

Tornare alla scrivania non è cosa semplice, in questi giorni. Per fortuna, per i lavori più rognosi, ho trovato chi può aiutarmi.



p.s. Si, lo so. Lo so.

domenica 25 luglio 2010

Il delta

Non è un'esperienza rara trovarsi a sorvolare il delta del Niger. Ogni giorno partono dalle basi di ogni compagnia petrolifere almeno due elicotteri, dirette verso le petroliere disseminate in questa frazione di oceano.
E' la quarta volta per me che sorvolo questa zona, e nonostante l'effetto novità dovrebbe essere già svanito mi trovo a guardare fisso verso il basso con lo stesso stupore della prima volta.
Il delta, è incredibile. Un delta, una differenza sostanziale con tutto il mare che ho visto intorno a me in questi quindici giorni.
Guardandolo viene da chiedersi come sia possibile uscire da quel groviglio, da quella tale concentrazione di piante che non lascia spazio che a qualche piccola radura qua e là.
Quando il Mend decide di rapire qualcuno, lo porta in questi spazi, e non ha bisogno di tenere i prigionieri in catene di alcun tipo. Li lascia liberi, almeno dai racconti di chi ha conosciuto gli ultimi due Italiani dell'Agip rapiti qualche anno fa. Li lascia in uno spazio sotto la loro sorveglianza, ma sostanzialmente liberi perchè non ci sarebbe dove fuggire.
Sarebbe semplicissimo perdersi.
Raggiungendolo dal golfo di Guinea, si apre maestoso. Quando poi entri nel suo territorio, rimani accecato dal quel colore verde presente in ogni possibile sfaccettatura. Certe zone improvvisamente diventano più rigogliose, te ne accorgi dalla dimensione degli alberi che progressivamente aumenta per poi scorgere tra i suoi rami un rigagnolo del delta. E' come se centinaia di serpenti d'acqua spezzazzero il terreno con le loro anse. Più o meno grandi, ma tutti comunque navigabili. Non ho la percezione della loro grandezza da quassù ma vedo piccole barche di pescatori dovunque.
Poco prima di entrare al suo interno una decina di loro erano disposte in ordine perfetto, senza che potessi comprenderne il motivo. Qui, invece, si muovono in solitario. Riconosco una o due sagome al loro interno.
Piccole imbarcazioni dalla forma allungata, tutte invariabilmente in legno.
Sulla riva del fiume principale sono appoggiati piccoli villaggi di pescatori, le cui case si allontanano dall'immagine luccicante offerta dalla città, con i suoi tetti di lamiera.
Non esistono strade, il letto fangoso del fiume raggiunge quasi le porte delle case, accanto alle quali stanno alcune delle barche che ho incontrato finora.
I mille rigagnoli si spezzano di continuo, formano dei piccoli laghi dove trovano posto delle strutture simili a palafitte, avamposti credo delle compagnie straniere nella zona, che si fanno spazio in un terreno dove avrebbero trovato posto volentieri altre mangrovie.
Ma è tutta la zona a risentire dell'azione dell'uomo. I terreni sconfinati offerti da queste zone sono continuamente spezzati, rigidamente spezzati da linee che corrono da un punto indefinito. Si spezzano. Vanno in direzione ortogonale. Poi riprendono a muoversi verso est. Potrebbero essere linee di un immaginario campo da gioco. Sono piuttosto le linee scavate fin dalle prime scoperte di giacimenti per portare l'oil fino a terra, sono giganteschi oleodotti, che, mi dicono, versano oramai in condizioni pietose tra corrosioni ed inevitabili sabotaggi e furti che alimentano un mercato nero fiorente. Tali da rendere questa zona, a dispetto di ciò che la natura offre ai miei occhi, una delle più inquinate al mondo. Con un tasso di mortalità tra i più alti.
Basti pensare che tra il 1976 e il 1996 si sono riversati nella zona 2,4 milioni di barili, e soltanto la Shell ha ammesso di aver perso nel 2009 14 mila tonnellate di petrolio dopo due incidenti (1).
Dati sottostimati, visto che la gran parte degli incidenti sono sconosciuti ai più e le perdite sono continue.
Almeno a giudicare dalla strana macchia che poco fa colorava le acque all'ingresso del delta.


(1) da: Il silenzio sulla Nigeria, John Vidal, The Obverser. Internazionale n.852.


giovedì 22 luglio 2010

Sulle navi non ci sono finestre

Sulle navi non ci sono finestre, le stanze hanno le pareti tappate, e così non c'è modo per capire ciò che succede li fuori. Dagli oblò nella sala dell'OIM, l' unica stanza da cui viene un minimo di luce esterna spicca la luce rossa della ciminiera da cui brucia gas nell'atmosfera. Sembrano due grosse corna, di un diavolo, si potrebbe dire con un minimo di fantasia, se non fosse per i due tubi da cui fuoriesce e che spaccano a metà la sua base.
Non basta, e come potrebbe, la pioggia per attenuare la sua potenza. La notte, che qui arriva con un tramonto perentorio, nel raggio di qualche centinaia di metri, è illuminata dal suo calore e dalla sua fiamma. Ma stavolta non potrò neanche usarla per vedere un branco di delfini. Il mare non è mai così tranquillo da riconoscere i loro guizzi da quelli delle onde e così, di fatto, non ho visto neanche un barracuda, se non la sua testa in un bidone della spazzatura sul ponte.
Quando non piove mi sono inventato una camminata sul lungomare, che sembra più una rotonda sul mare, proprio nel cerchio dove, durante il giorno, atterrano gli elicotteri. Si sta bene li, soprattutto dietro la torre che nasconde la gigantesca fiamma. Ho scoperto che il capitano passeggia spesso lassù. Dovranno averglierlo consigliato i dottori, per via dell'ipertensione. Almeno mezz'ora al giorno di cammino veloce. Abbastanza dura qui, se non si voglia risolverla scendendo e salendo le scale come un inebetito.
Tanto meglio girare intorno.
Mi sono messo a seguirlo anch'io.
Signori, da lassù si domina. Un passo più avanti e puoi cadere in mare. Nessuna protezione. Tof, gluck e ciao.




martedì 6 luglio 2010

La stagione della pioggia/2

Le lucertole sono andate in letargo, in compenso sono arrivati loro.


Ed i corvi sono sempre qui.

La stagione della pioggia/1

Piove, e parecchio.


Per oggi non si vola.

lunedì 5 luglio 2010

Strade di Port Harcourt

Sala d'attesa. Ed in volo.

Fabio Volo tradotto in francese. E ha venduto 700 mila copie al mondo. Al mondo. Chissà come la prenderanno, gli scrittori "veri".


Quanti anni saranno che i francesi hanno una cotta per lei?




In volo il catalogo dei film, in lingua italiana, è come al solito scarno. C'è Invictus, però, che con qualche pregiudizio non avevo ancora visto. Ora sono felice di essermi smentito. Credo di aver bisogno di retorica. Anzi credo di amare la retorica. Di tanto in tanto è una buona medicina per la disillusione.
In fondo Walter Veltroni non ha tutti i torti.

Le evito, magari, le lasagne surgelate per pranzo.


Ho cominciato a leggere un libro che parla di una cosa successa 28 anni fa, precisi precisi. Una partita di pallone che finì 3-2. Tra Italia e Brasile.
Casualità.

domenica 4 luglio 2010

Un attimo prima

E sono giorni in cui non dovrei essere qui, questi.
Giorni sospesi nell'attesa, con la valigia già pronta sul letto e il pensiero già proiettato in avanti.
Con la possibilità di giocare con l'assenza, a far ruotare il mondo come se fossi in quello spazio transitorio di un volo intercontinentale, per provare a vedere cosa succede intorno a te quando non ci sei.
Sensazione forse evidenziata in questi tempi di connessioni continue, di spazi di silenzio riempiti dalla frivolezza di un messaggio di stato.
Un volo rimandato di qualche giorno è anche l'occasione, un regalo probabilmente, per stringere ciò che ti è caro, per sorprendere e sorprenderti.
E l'occasione per recuperare spazio, per pedalare sotto il sole e la calura di queste giornate di luglio, fin quando le gambe non ti implorano pietà.
Per crollare sul divano, mentre l'occhio semiaperto vede entrare l'ennesima palla nella porta argentina.
In uno spazio sospeso, cosi, poco prima di chiudere la valigia. E partire davvero. Domani.
Con questa musica "leggera" nelle cuffie.


Non solo questa in realtà, e già da un pò che non faccio altro che ascoltare quest'album.

martedì 29 giugno 2010

Far finta di essere normali

Contrordine da Tgcom. Battuto sul tempo Minzolini.
Pare che Dell'Utri abbia vinto la sua battaglia.
E dire che era già pronto un ministero anche per lui.

lunedì 28 giugno 2010

La Lanterna

In una via del centro ho scoperto una trattoria. L'avevo vista, passando più volte in questi ultimi mesi per quel vicolo che dalla chiesa di San Siro porta verso via San Luca.
Le tovaglie a quadri colorate di rosso e bianco, tutta l'apparenza di una bettola ben frequentata, con quell'aria di compiaciuta autenticità che ogni tanto andiamo cercando, le bottiglie di vino rosso sui tavoli e qualche birra in lattina.
Un ragazzo cinese ci accoglie indicando ad un omone con la barba incolta e bianca ci accompagna ai tavoli, passando per un corridoio stretto e dal tetto basso che quasi tocca abbassare la testa in certi punti, tra gli scalini che portano alla cucina e poi alla stretta sala in cui potremo sederci.
Carte fotocopiate ed infilate in buste di plastica, di quelle con i buchi da infilare nei quadernoni, ma quanto meno sembra ricco.
Pesto alla genovese per tutti, con le trofie, naturalmente e poi per me porti delle sardine fritte, per gli altri della salsiccia e delle patate.
Stiamo tra il freddo del frigo alle mie spalle e il calore della cucina alla mia destra, mentre le pareti raccontano di farfalle che si trasformano in vele e di cigni in volo che fanno windsurf, mentre sopra la mia testa l'immancabile Faber, nella sua posa più conosciuta probabilmente cerca di ricordare se ci sia, da qualche parte, qualche sua foto in una posizione diversa.
Non verrebbe da fidarsi del posto, verrebbe da dire. Non certo un posto da turisti, si direbbe. Ed infatti al tavolo al fianco al nostro una famiglia, padre madre e due bambini, dalle cui bocche sembra uscire il suono ruvido del dialetto di Zena.
Sembra una garanzia, soltanto questo, confermata quando il vecchio con la maglietta a righe e i tatuaggi, di quelli oramai sbiaditi, ci porta i primi piatti, che vien da guardarsi negli occhi senza staccare la bocca dalla forchetta. Di quei pasti semplici, ben fatti, che viene difficile staccarsi senza farsi venire la voglia di ordinare quanto meno un'altra birra, soprattutto quando si sta così bene insieme.
Ma non c'è più tempo, sono già le tre e mezza, e tra poco meno di mezz'ora gioca l'Italia, e sono quasi certo che non potrà che vincere contro la Nuova Zelanda, per quanto male possa aver giocato qualche giorno fa.
Per cui alla cassa, dieci euro a testa dice il ragazzo cinese, e poi verso il porto. Dovrebbe esserci un maxischermo, da quelle parti.

lunedì 21 giugno 2010

Spaesamento

Osservazione, elaborazione, scrittura.
Passeggiare per la propria città, quando non la vedi da mesi, e attraverso le visioni e gli incontri carotare la realtà, rubandone pezzi per comprendere i cambiamenti in atto qui intorno.
Esercizio didattico interessante, a cui dedica l'attenzione Giorgio Vasta nel libro che ho tra le mani in questi giorni.
Il ritorno a Palermo, le giornate a mare sul finire dell'estate, le passeggiate lungo le vie del centro storico, ed i pensieri che da Palermo partono per analizzare la decadenza del paese intero sono, visti con questi occhi, troppo stimolanti per essere lasciati in libreria, nonostante una scrittura spesso forzatamente ricercata, che porta ad un'invocazione di pietà le cellule del mio corpo.
E' una visione spietata ed ironica, che con il corpo perfettamente abbronzato di una donna "cosmetica", con lo scontro con un gruppo di emo in piazza Castelnuovo, conduce allo Spaesamento, il titolo del libro, per ciò che non si comprende più.

Per chi poi la città la città la conosce, cosi come i suoi mutamenti, non può che abbandonarsi ad un sorriso disicantata dinnanzi all'ennesima scoperta, dello scrittore, subito dopo aver superato Piazza Castelnuovo, nell'incontrare, quasi disidratato, il bar storico, da cui era affascinato da ragazzo e nel quale si fermava sempre durante ogni manifestazione studentesca, zaino sulle spalle:

"Al di là del confortevole bunker del bancone - sul quale è montata una calotta trasparente che, sepolte sotto le spoglie brutali di calzoni pizzette e ravazzate, nasconde provette in vetro chiaro denso di siero seme e liquido cerebrospinale di un organismo marziano - stanno i due baristi, uno vecchio e uno giovane. Di nuovo metto la sete tra parentesi e li contemplo: perchè tra loro scorre un legame invisibile che da solo vale la trasfigurazione in atto. Se per il vecchio è infatti giusto parlare di barista, l'altro è invece un barista modificato, un barista dopato, qualcuno che nella fisionomia nell'abbigliamento e negli atteggiamenti posturali segnala di esistere in un altro modo, in un altro mondo. Lui è un barman - è evidente - non è un barista. Perchè se il barista è neorealista e terrestre, il barman è un supereroe della postmodernità - una sola lettera lo distingue da Batman -, è Tom Cruise giovane che in un cocktail manipola bottiglie come un alchimista alambicchi e matracci, un performer della fabbricazione di miscele raffinate, l'artista dello shaker, il fromboliere della mescidazione colta dei liquidi."


E' lucida l'analisi, ma forse il paziente sta cosi male che dovremmo smettere di credere di poterlo curare attraverso i nostri sguardi compiaciuti.
E ripenso a quando, da cameriere part-time ai tempi dell'università mi trovai a chiamare il barman, come lui si definiva, semplicemente barista. Una leggerezza che mi perdonò parecchi vassoi dopo.

giovedì 17 giugno 2010

Senigallia, Fiera

martedì 15 giugno 2010

La fantasia, ecco cosa manca

Le strade, svuotate dal caotico trambusto, con qualche sporadico ronzare di motorino carico di pizze, la camminata che si faceva veloce fino a sparire nell'androne di quel condominio. Ed infine il piacere intimo e collettivo dell'ansia per un pallone che, spinto da una parte all'altra del campo, trasporta emozioni. Lo sbuffo annoiato ed irritato, la critica solerte, la speranza taciuta, finchè non arrivi la rete. Ed allora la corsa verso il balcone con i coperchi scippati dalla credenza, e il caos tornare ad impossessarsi dell'intero isolato, per qualche minuto, prima di ripiombare nel silenzio dell'attesa.
Probabilmente dovunque sarà così. Se non ricordo male.
Ma la fantasia manca, a quest'Italia, lo dicono tutti.


martedì 8 giugno 2010

La sposa più bella

Capitava, anche abbastanza spesso, di sentire della fuitina, di una coppia, magari per superare gli ostacoli di una famiglia a mettersi di mezzo. Canovaccio standard prevedeva una ragazza "disonorata", e per questo obbligata ad un matrimonio riparatore, in grado di restituire "onore" alla povera fanciulla, altrimenti additata come di poco conto, alla stregua d'una "pulla", come diremmo da quelle parti.
Adesso immaginate una storia simile, con protagonisti un giovane rampollo di famiglia mafiosa ed una povera ragazza di campagna, rapita e costretta al matrimonio, e che non ci sta, e, nella Sicilia del '67, si ribella ed alza la testa, ignorando le malelingue e le paure della solitudine che una scelta così controcorrente produce.
Sola, in un ambiente così ostile si oppone al matrimonio, denuncia il suo rapitore e lo spedisce in carcere, dopo un processo capace di muovere l'opinione pubblica su una norma ignobile che da li a poco verrà cancellata dal codice penale.
E' la storia, vera, di Franca Viola, capace di sfidare mafia e convenzioni secolari in un sol colpo, raccontata nel film di Damiano Damiani (il regista del La Piovra, o del Giorno della civetta) pochi anni dopo, con una Ornella Muti agli esordi e da un fighissimo e dimenticato Alessio Orano.
Ancora adesso Franca continua a vivere ad Alcamo con la sua famiglia.
Andatela a cercare, quest'eroina dimenticata.

p.s. e pensare che devo dir grazie a Camillo.

Biochetasi, bio bio che ta si

Vi ucciderei tutti passerottini, spalancherei le ante di questa
finestra d'albergo, prenderei la mira, e così vi farei fuori uno per
uno.
Voi non lo sapete che la sera dovete mantenervi leggeri e soprattutto
non mischiare, neanche quando incontrate uno come Edo?
Maledetti passerotti.
Cosa cantate, a quest'ora della mattina, non lo sapete che non riesco
a chiudere un'occhio, e sono solo le quattro e mezza di una giornata
già, di per se, troppo lunga?

mercoledì 2 giugno 2010

Le elezioni del paesello. Discontinuità

Non è tempo per lunghe riflessioni, per il momento, sballottolato come sono nelle ultime settimane.
Nella mia quasi distrazione però si sono svolte le elezioni in due paeselli a cui sono particolarmente legato, fosse altro che per un debito di sangue e di ricordi piacevoli.
Stento ancora a crederci, però dopo decenni di retaggi democristiani e di passivi amministratori, tanto da sembrare immobili ed eterei, sembra che il vento in qualche modo stia cambiando.
A San Mauro Castelverde è stato eletto cosi il giornalista Rai Mario Azzolini, come naturale seguito ad un lavoro cominciato già da un paio di anni da qualche idealista a cui va tutta la mia stima.
Mentre a Pollina comincerà a farsi le ossa il più giovane sindaco più giovane d'Italia, Magda Culotta, con i suoi venticinque anni che possono portar nuova linfa vitale ad un territorio che dopo l'abbuffata edilizia degli anni '80 non ha saputo sfruttare a pieno la sua naturale vocazione turistica.
Tempi nuovi che fanno ben sperare, per discontinuità e per idee mostrate nei rispettivi programmi.
Non vedo l'ora di poter brindare da quelle parti, quest'estate, al nuovo corso madonita.

P.s.ed infatti sembra che a San Mauro qualcuno non l'abbia presa tanto bene.

giovedì 27 maggio 2010

Sogni piccoli

Aveva preso a fare quell'esercizio da qualche sera, da quando gli aveva detto che soltanto cosi sarebbe diventato un bravo ritrattista, capace di cogliere lo stato di quiete su ogni volto che avrebbe incontrato e voluto fotografare. Gli avevano detto che in questa maniera avrebbe potuto portare quelle espressioni nella direzione che più desiderava, fosse stato odio o dolcezza.
Ma lui stava li a guardare davanti allo specchio quel suo volto che cominciava a mostrare qualche ruga intorno all'occhio e non riusciva a riconoscerla quest'espressione.
Per quanto si sforzasse di rincorrerla essa pareva allontanarsi da lui. Per quanto riuscisse ad andare indietro con la mente non ricordava più il momento in cui la quiete dominasse i suoi pensieri.
Aveva smesso di pensare, totalmente assorbito da quella vita che seguiva ritmi che non gli appartenevano, ed anche in ogni secondo di libertà si ritrovava a rincorrere qualcosa che non riusciva ad afferrare.
Avrebbe voluto fare sogni piccoli, di quei sogni che la mattina dopo ritrovi a colazione, tra una tazza di latte ed una di caffè, invece di viver per aria con sogni irraggiungibili.
Pensò che il giorno in cui avrebbe ricominciato a fare sogni piccoli come una farfalla avrebbe ritrovato quelle rughe intorno agli occhi finalmente distese.

martedì 25 maggio 2010

Cartolina da Karlsruhe

domenica 23 maggio 2010

Le vittorie degli altri


Era inevitabile il contagio ieri pomeriggio, come se una tale iniezione di entusiasmo collettivo fosse necessario, di tanto in tanto, per rinvigorire un senso di comunità altrimenti sfasciata.
Camminando lungo via Torino era già una sfilata di maglie nerazzure dalle prime ore del pomeriggio, di bandiere svolazzanti e di strombazzate stramaledette dai negozianti in quella giornata troppo caotica persino per Milano.
Quando poi raggiungevi piazza Duomo era un tappeto di gente festante, incurante di ogni scaramanzia, già alle sei del pomeriggio, che non potevi fare a meno di ritrovarti dopo poco a cantare, tra il sorpreso e l'attonito, un "pazza inter, amala".
Anche a voler sfuggire, percorrendo il tunnel verso la metro, quando già comprendevi di aver superato un limite autoimposto, non rimaneva che il fiume di gente che svuotava letteralmente ogni vagone inondandoti di sciarpe e striscioni, fino a sentir dire, superata la marea:
"che se poi vince davvero l'Inter mi emoziono almeno dieci volte tanto che per la vittoria dell'Italia al mondiale, già lo so."
Che dice di per se tutto.
Mi sono tenuto cosi lontano da quella festa che non mi apparteneva e ho gioito anch'io in realtà, perchè agli interisti ho sempre voluto bene, sono sempre stati gli amici da prendere in giro, senza poter mai ribattere, con cui giocavi facile, che soffrivano in silenzio nella loro mestizia da astinenza. E a me, quelli cosi, mi sono sempre stati simpatici.

giovedì 20 maggio 2010

Chi la ferma più?

Continuando a tenere d'occhio la situazione nel golfo del Messico, date un'occhiata a questa esaustiva infografica, rigorosamente da ingrandire.
(via Alaska)

A Fivelandia

I biscotti preferiti dai puffi?




martedì 18 maggio 2010

Storia di ordinaria idiozia

Prequel

-"Lasciamo la macchina da mio fratello, ci accompagna lui in aeroporto, magari ci offre pure il pranzo"
-"Vabbò, se per lui non ci sono problemi".

La storia

Venerdi pomeriggio, aereo in partenza per Palermo, ed a farmi compagnia Alessandro. Partenza in concomitanza, e ritorno separato, visto che lui prolungherà la sua vacanza di qualche giorno.
Già in fila per l'imbarco, quando oramai le hostess sono a vista d'occhio, superata l'ultima curva di quest'astrusa nuova disposizione dell'aeroporto, una telefonata ci interrompe.
-"Ma Ale me le ha lasciate le chiavi?"
-"Perchè? Aspè che gli dico di controllare"
-"Cazz...mi sono dimenticato di dirgli che mercoledì mattina passerà la pulizia delle strade"
-"Ma che ne sapeva lui. E poi come hai fatto a dimenticarlo, se l'altra volta ti sei preso la multa pure tu. E poi sono io lo stonato della famiglia."

Intanto Ale, infila le mani nelle tasche del suo zaino da campeggio, alla ricerca delle benemerite chiavi.
-"Qua sono".
-"Apposto, perfetto".

Attimo di panico, sguardo perso come un pesce rosso in un acquario, ed una ragazza, evidentemente incuriosita dalla discussione, comprendendo la situazione e la nostra totale inerzia, ci suggerisce un'alternativa:
" Perchè non le lasciate all'ufficio oggetti smarriti e poi lui le viene a prendere. Si può fare, credo."
Neanche il tempo di finire la frase, ed Ale era già sparito.
Faccio passare i pochi dietro di me nella fila, ma insomma, non c'è molto da temporaggiare, visto che tra due minuti sarò li davanti, pronto a staccare i biglietti. Ed ancora lui non si vede.
Mi trattengo indifferente, faccio passare due ritardatari, ma è proprio il mio turno.

-"Il suo biglietto, signore".
-"ehm... si ecco, però sto aspettando un mio amico che è dovuto scappare per fare una cosa, se....se potete aspettare due secondi ancora".
Sguardo infastidito all'orologio.
"uhmm....Ma cos'è andato a fare.."
Ed ecco che spunta dalla stessa curva, trafelato, pronto per staccare il biglietto, anche lui.

"Com'è finita?"
"Niente, sono andato al controllo bagagli e lo volevo lasciare alla ragazza li, però mi ha fatto notare che tuo fratello lì non sarebbe potuto arrivare"
"E allora"
"Allora, mi ha detto di lasciarlo al tipo all'ingresso del controllo. Mi ha fatto uscire con lei, abbiamo spiegato la situazione a questo tipo, che è pure palermitano, mi ha detto, e se l'è prese. Gli ho spiegato a chi le deve dare, però tuo fratello deve venire entro mezz'ora, perchè poi lui se ne va".
"Vabbene, ora lo chiamo. Hai visto che ce l'abbiamo fatta. Almeno ringrazia quella tipa li, e la sua idea".
Arrivo a Palermo ed in contemporanea l'sms.
"Ale mi deve 40 €"

Ultimo atto.
Domenica sera. Trolley che cingola, quasi, tra le mattonelle disconnesse di fronte casa. Carichiamo, che tra un'ora e mezza l'aereo parte.
Quando, un sms.

"Siamo degli idioti. Abbiamo fatto un casino, e poi perchè non gliele abbiamo fatte lasciare a te, visto che tornavi oggi? Che......"

Come dire, l'intelligenza si dimostra sotto stress. E la nostra era, evidentemente, assente.

sabato 15 maggio 2010

Chiamate Bruce Willis


Mentre la notizia scivola in fondo alle homepage dei giornali Italiani, ancora una breve considerazione su quanto avviene nel golfo del Messico.
Nonostante la compagnia incriminata cerca di dare un tocco di trasparenza mettendo online l'immagine di una delle due falle, poca chiarezza viene fatta sulle cause del disastro.
Si parla di due valvole di sicurezza non installate e di perforazioni oltre i limiti concessi, nonchè di test di sicurezza non superati il giorno stesso dell'incidente.
Riguardo alle valvole di sicurezza, di cui una prevista per legge, rimane inspiegabile il motivo per il quale un impianto che estrae petrolio per un importo di 400.000 $ al giorno non trovi il modo di adeguarsi ad una norma già utilizzata dall'Eni, ad esempio, da più di dieci anni.
Operazione che avrebbe consentito una chiusura istantanea della valvola in caso di un ESD (Emergency Shutdown), che avrebbe quindi bloccato la fuoriscita della miscela gas - petrolio a valle della falla.
Tutto a fronte di una spesa non esorbitante ma che avrebbe richiesto una fermata dell'impianto almeno per un paio di giorni, evento inconcepibile per chi ha in gestione la piattaforma.
Perchè, parliamoci chiaro, l'unico vero motivo per il quale molto spesso queste operazioni di manutenzione e di integrazione non vengono eseguite risiede proprio nella necessità di interrompere una produzione che deve procedere nel senso del massimo guadagno e di un ritmo che non può essere interrotto.
Per cui, per quanto il gioco di rimpiattino sia cominciato tra le parti in causa, le fondamenta di quanto sta avvenendo sono da ricercare nell'assoluta incapacità della nostra civiltà di rinunciare al petrolio come fonte combustibile, e dei governi nazionali nell'infliggere a tali compagnie multe che siano realmente in grado di disicentivare comportamenti maldestri come quelli perpetuati in questo caso dalla B.P.
Del resto la storia dello sfruttamento petrolifero, tra le molte macchie lasciate dal suo passaggio, è ricca di eventi che dimostrano l'incapacità di governi, che definire deboli è un eufemismo, nel far rispettare delle norme di sicurezza elementari.
Lo racconta in una puntata imperdibile di Report Milena Gabanelli, affrontando la situazione nigeriana, ed in particolare il fenomeno del "gas flaring", della fiamma cioè generata dalla fuoriscita nell'atmosfera del gas naturale (la stessa nube visibile in questo video) , tossica per l'uomo e per l'ambiente e che continua a far parte del panorama visibile in tutto il delta del Niger, nonostante siano presenti norme del tutto ignorate già dal 1979.
O meglio, che soltanto nel 2012 risulteranno attuate. O almeno così si spera.


p.s. il titolo è una sua idea.

martedì 11 maggio 2010

C'è B.P. e B.P.

Eppure un amico mi ha appena ricordato, che B.P. diceva che fosse dovere di tutti impegnarsi per lasciare il mondo migliore di come lo si è trovato.
Strani giochi fanno le parole. Alla B.P. sicuramente non conoscevano questo motto.

p.s. la foto l'ho presa da qui.

Robe di casa mia





lunedì 10 maggio 2010

Code, incontri, umori

Ad un certo punto ho sperato che quei minuti passassero più lentamente possibile, nonostante ci trovassimo già in coda da un'abbondante mezz'ora. Della visita per i palazzi dei Rolli non avrei comunque capito nulla, per cui tanto meglio restare in fila, tanto più dopo aver cominciato a battibeccare con un trio di amici "con lo stesso identico umore", ma per "una divisa di un altro colore". Una telefonata per chiedere informazioni, il primo sorriso sornione dopo il primo rigore, i minuti che passano mordendosi le labbra, cercando di spostare l'attenzione sulle fotografie esposte sugli scaffali, giusto per ingannare l'attesa, e poi chiami tu o chiamo io, ma no, aspettiamo cinque minuti, che poi il gol arriva, lo mette dentro il solito Miccoli, con genio e dedizione, incompresa da certuni, e poi ci prova Budan, che oramai la coda sta svanendo e i minuti pure, in una lunga telecronaca telefonica.
Ci sorridono, alla fine, i nostri compari casuali di questo, pomeriggio.
Forse adesso meglio dedicarsi ad architettura e storia, e ciò che accadrà accadrà, oramai la prossima settimana.
Chissà mai.

domenica 9 maggio 2010

Ho sbagliato stadio

In scaramantico silenzio, almeno fino alle cinque di oggi pomeriggio.

sabato 8 maggio 2010

E tu ci pensi alle Rane?

"che fine hai fatto
ti sei sistemato
che prezzo hai pagato
che effetto ti fa
vivi ancora in provincia
ci pensi ogni tanto alle rane?"
Le Rane, Baustelle


Com'è che da quando ho ascoltato il nuovo disco dei Baustelle non riesco a togliermi questo ritornello dalla testa?

Sabato mattina

Il vino che corre veloce e che, appena poggi la testa sul cuscino, impone ai tuoi occhi di chiudersi. Risvegliarsi al mattino e poi rigirarsi nel letto fin quando se ne ha voglia.
E poi Genova, questo sabato mattina, o forse lo sarà sempre, è ciò che richiedi ad una mattina di primavera. Le mamme con le figlie, sorridenti per gli affari fatti pochi minuti prima al mercato rionale. La panettiera che urla ad un vecchietto che non ce la fa proprio a sentirla quando viene il suo turno, una piazza con le panchine affollate, i cani che fanno i fatti loro.
C'è un mercato coperto, con le bancarelle che sembrano una Ballarò più ordinata e vien voglia di far spesa. Comprare del pesce, per esempio, che sembra aver l'occhio vivo, mica come in quei tristi banconi degli ipermercati milanesi.
Riempire le buste così di sardine, polpi e vongole e poi a casa, ad affettare il prezzemolo, l'aglio, mettere tutto sul fuoco, e godersi il pranzo, in questo sabato tipicamente italiano.

giovedì 6 maggio 2010

Un cretino

Un cretino che si muove con movenze da cretino, che usa la sua stupidità per aprire scatole che sono chiuse fin troppo bene.
Un cretino che farebbe di tutto per condire il silenzio, per congiungere gli attimi di sospensione. Che non ha paura di sembrar cretino con le sue battute troppo idiote per essere vere.
Un cretino che impazzirebbe nel veder teste quasi sempre chine, capaci di non sussurrar parole per decine e decine di minuti.
Piuttosto, preferisce fare il cretino.
Visto che lo è.

mercoledì 5 maggio 2010

Diciamo

Dovrebbero oramai averlo capito che andare in televisione non è soltanto fare passerella. Quando vai ad un dibattito politico dovresti sapere già che c'è qualcuno che è pronto ad afferrarti per la giugulare e schiaffarti a terra prendendo la tua magagna, perchè anche tu l'hai fatta, e utilizzandola con la maestria della mantide, che per ore sta in attesa del momento giusto.
Dovresti averlo capito, o qualcuno te lo dovrebbe aver spiegato.
Dovresti aver anche tu affilato l'arte della risposta che smorza i toni, che passa oltre con superiorità. Avresti dovuto passare ore in sala di simulazione, proprio come i piloti, a schivare i colpi di un Sallusti qualsiasi.
Se, come D'Alema, non lo hai ancora imparato, dovresti cominciare a pensare di metterti da parte, te come tutti i tuoi compari nella stessa situazione.
Magari lasciando spazio a qualche faccia nuova.

Nomi e cognomi

Stasera ho visto un uomo che metteva in fila le parole, che non era un attore, e neanche un giornalista, ma ci teneva li con la forza dei suoi monologhi e di quelle verità.
Ho visto un uomo che, cosa rara, faceva nomi e cognomi.
E adesso, tornato in casa, dopo aver riso con lui, il senso di immobilità di certi momenti, mi rende inquieto.

domenica 2 maggio 2010

Macchie indelebili

Il giorno dell'incidente nella piattaforma petrolifera al largo della Lousiana è coinciso con quello del mio rientro in Italia.
Inutile descrivere il movimento delle mie gambe, al ritorno da un'esperienza di quel tipo, dopo aver potuto saggiare realmente la vita nell'offshore.
Dopo il disastro del Piper Alpha, nel 1988, in cui persero la vita 167 persone, le regolementazioni internazionali sulla sicurezza
si sono fatte più stringenti, ed ogni operazione è regolamentata da rigide procedure che possano prevenire le possibilità di
incidenti. Ogni singola operazione, effettuata in quell'ambiente, possiede un grado di rischio ben superiore a quelle effettuate
a terra, non fosse altro che per la difficoltà di fuga.Per questo l'accesso alla piattaforma può avvenire soltanto dopo aver partecipato da un corso, da ripetere ogni quattro anni, di addestramento e di sicurezza, della durata di almeno tre giorni, anche abbastanza duro.
Naturalmente ciò non può bastare ad eliminare le probabilità di incidenti, visto quella componente di casualità o di non curanza dell'operatore che il più delle volte è la causa del danno.
Fa comunque particolarmente impressione pensare che questo evento sia accaduto nel Golfo del Messico, ritenuto dagli addetti al lavoro che ho conosciuto, il migliore possibile in cui operare. Quello in cui un pò tutti auspicavano di poter lavorare nel futuro.
Del resto, per quanto anche li non fossero concesse deroghe alla sicurezza, e venissero, per dire, eseguite prove di evacuazione ogni settimana, era evidente come su qualcos'altro ci fosse la possibilità di venire a patti con le regole.
Nulla di eccezionale, visto che ad ogni livello, governativo ed aziendale, erano note, ma che facevano storcere il naso un pò a tutti.
Andando oltre al gioco di rimbalzo tra BP e governo americano, che si rivelerà comunque sterile, sarà interessante comprendere quali saranno i futuri provvedimenti che tutti i produttori ed i governi coinvolti assumeranno per evitare futuri, e comunque probabili, eventi di questo tipo.
E sperando che per tutti serva da monito ai più disinvolti.
Visto che comunque del petrolio sembra che non ne sappiamo ancora fare a meno. Tutti.

giovedì 29 aprile 2010

Sarà tutta colpa del rum

In quei giorni in cui potevo controllare i miei feed per almeno fare un pò di pulizia o leggere i post più brevi, mi soffermai soltanto su un post.
La sera prima avevo letto un bell'articolo, su Wired sulla bloguera cubana Yoani Sánchez, una delle poche voci libere che, con non poche difficoltà, da quell'isola giungono al resto del mondo.
La presenza, oramai, su molte riviste internazionali, comincia a dare parecchio fastidio dalle parti di Raul Castro.
Tant'è che la mia attenzione fu catturata da una lettera di Gianni Minà sul Fatto Quotidiano.
Senza pensare alle imitazioni di Fiorello, di Gianni Minà continuo a ricordare le vecchie trasmissioni sulla Rai e, nonostante la pericolosa deriva senile che hanno preso le sue opinioni, una simpatia naturale.
La lettera però è tutto un'intendere fatti imprecisati, ipotesi complottiste internazionali, che può far cadere le braccia anche ai più ben intenzionati, se con un minimo di buon senso.
Ed infatti oggi Wired risponde ad ogni sua proposizione per mano del traduttore italiano di Yoani, e lo fa senza risparmiare neanche un colpo.
Istruttivo, per comprendere certi vizi.

lunedì 26 aprile 2010

Lentamente si ritorna

Sono tornato da appena due giorni.
E' un lentissimo ritorno alla normalità.
Tengo lontano il rumore del nostro provincialismo, per il nostro piccolissimo mondo. Quasi mi infastidisce, oggi.
Sono passato direttamente da Genova, e soltanto oggi sono arrivato a casa, posticipando a domani il ritorno in ufficio.
Mi sono ricordato di non aver pubblicato quanto avevo scritto le ore prima della partenza.

Ultimo giorno.
Le ultime ore prima di partire si consumano lentamente, nell'attesa annoiata nella camera d'albergo.
Annoiato forse non sarebbe l'aggettivo più adatto nel descrivere la pienezza di questi momenti. Avrei potuto avere tutto il tempo per annoiarmi in questi giorni, ma non si può mai dire che mi sia trovato nella condizione di desiderare null'altro da fare.
In nave le attrattive non sono molte. Le giornate cominciano alle sei del mattino, la colazione è servita fino alle sette, e già in quell'ora ognuno ha conquistato la propria posizione.
Alle nove, secondo una tradizione rispettata ovunque, su ogni piattaforma, si serve una
pizza fumante, mentre il caffè nero e lungo è sempre a disposizione.
Si pranza già dalle undici e fino all'una, e praticamente a distanza di ogni due ore
c'è la possibilità di sgranocchiare qualcosa, almeno fino alle nove di sera.
Due ore dopo la cena.
Ho passato molto tempo lavorando, anche oltre l'orario in cui gli altri riposavano, e con indosso ancora la mia tuta da lavoro gironzolando tra la nave ascoltavo i canti di preghiera
dei Nigeriani, riuniti in sala mensa, e le discussioni nella sala caffè.
Il telefono, l'unico, spesso non funzionava, ed anche la Rete, nell'unico computer a disposizione, qualora girasse, era di una lentezza che mi portava indietro al '97.
Chiamavamo con il nostro satellitare, fuori, sul ponte. Per fortuna. E, nel mare tutto illuminato dalla torcia che bruciava gas, una di
quelle sere un bel gruppo di delfini si è messo a giocherellare, difronte a me, eccitato come un bambino al luna Park.
Nonostante tutto erano giornate talmente piene che anche tornando in cabina, trovavo il modo per
godermi anche le ore di relax, prima di andare a letto. Ho letto Lindo Ferretti e la sua autobiografia, "la verità dell'Alligatore" di Massimo Carlotto,
ed un paio di numeri di Wired e dell'Internazionale.
Mi son fatto una cultura di televisioni locali e di reti internazionali. Avrei voluto vedere per intero
l'Inter battere il Barcellona, se la televisione non avesse continuato a gracchiare per tutti e novanta i minuti.
E poi ho visto una gran quantità di film.
- in volo, "Questioni di cuore", Voto 8.
- L'intera serie di "Romanzo Criminale". Voto 8.
- Good night and good luck. Voto 6,5.
- Fascisti su marte. Voto 6,5.
- Soul Kitchen. Voto 5,5.- Lo spazio bianco. Voto 7.
- Lebanon. Voto 6,5.
- La matassa. Voto 7,5.
- Così parlò Bellavista. Voto 4,5.
- Valentino, l'ultimo imperatore. Voto 8.
- Gli abbracci spezzati. Voto 7,5.
- Accordi e disaccordi. Voto 6,5.

Oh, sono già quasi venti giorni che son lontano da casa.

p.s. le foto, fatte con un iphone, sono meglio che nulla. Per cui magari le pubblico, o magari no.

giovedì 22 aprile 2010

Nella prigione dorata

Sono ancora in Nigeria. Siamo sbarcati a terra giusto ieri mattina. Dall'elicottero alla jeep, e poi diretti in base. Saremmo dovuti rientrare in Italia già mercoledì ma i nostri passaporti sono fermi ad Abuja per il rinnovo del visto, tra un mese e mezzo sarò nuovamente qui.
I voli poi sono totalmente affollati dopo il caos aereo di questi giorni, ed anche volendo l'unico posto per il nostro biglietto open sarebbe per martedì prossimo. Il piano d'emergenza ci riporterà a casa invece domenica mattina con un volo port harcourt, lagos, Istanbul, Bologna, Milano. Praticamente interminabile. Comincio ad essere stanco, anche perché, finito il lavoro, ci si annoia e vien voglia di casa. Ieri praticamente il morale era a terra, come le nostre valigie.
Qui in base però si sta bene, se non pensassi a ciò che c'è fuori potrei pensare di essere in un villaggio vacanza. Piscina, centro relax, birra, drink e musica.
Fuori invece non si può neanche mettere il naso. Ci si muove soltanto scortati e il rischio di rapimenti è altissimo. La sera prima del nostro arrivo la base era circondata da militari per un mancato pagamento di tasse, e nessuno sarebbe neanche potuto entrare o uscire dalla base. Davvero un gran casino, davvero.



domenica 18 aprile 2010

Un’esperienza mistica, o quasi

Giorno 9
Come si dice, se qualcosa può andar storto, puoi star piu che sicuro
che lo farà.
In effetti, davvero nulla è andato liscio, fin da quando siamo
arrivati. Materiale sbagliato, per dirne una.
E poi, il mio di lavoro. Avrei dovuto sbrigare la faccenda in poco più
di due giornate, nella migliore delle ipotesi, ed invece le dodici ore
giornaliere volavano via come se nulla fosse, lasciandomi poco tempo
anche per respirare. In effetti il fiato era continuamente sospeso, e
l'ansia mi ricordava i tempi dell'università, mal di pancia compresi.
Un problema incomprensibile, un po' per tutti, ma che mi faceva
restare al palo.
Le ho provate un po' tutte, ed alla fine, martedi sera, almeno in test
sembrava dovessi poter gridare il mio eureka. Si trattava di provarla
sul campo, adesso.
Ore 10. L'elicottero è venuto a prendermi, questa volta andrò da solo
sulla mia isoletta preferita. A farmi compagnia quattro operatori
nigeriani.
Hanno persino dato una ripulita alla sala di controllo, steso i
tappeti, neanche fossi un re. Anche se, era necessario.
Loro chiacchierano, e qualcuno di loro al piano di sotto pesca. Faccio
appena in tempo un tonno scappare dopo essere quasi giunto a lunghezza
di presa, si vede che anche lui non ha voglia di farsi fregare.
Resto li davanti alla mia postazione per ore, quando esco è oramai
buio. Mi danno la mia cena e torno subito a lavoro.
Sono le dieci e mezza e ho provato davvero tutte le possibilità, tutte
tranne una.
Oramai sono tutti nella stanza, a me ironicamente hanno preparato il
letto vicino alla sedia su cui lavoro.
Provo, per l'ultima volta, che oramai sono le undici e mezza passate.
Non riuscirei comunque a dormire, teso per come sono. Non voglio
fallire, in un'occasione cosi importante.
Tento, e finalmente va.
Halleluja.
Esco fuori, avrei voglia di gridare, ed invece resto il silenzio.
Comincio a girare per la piattaforma dal primo all'ultimo piano, e mi
guardo intorno. Silenzio, interrotto dal brusio di qualche motore.
Guardo il cielo, e perfino lui mi ha regalato una notte limpida.
Salgo nel punto più in alto, dove l'elicottero atterra, e mi siedo al
centro. Le ventiquattro luci in lontananza mi ricordano che non sono
solo, illuminano l'immensità di questo mare.
Butto la schiena all'indietro, mi fermo cosi, a guardare le stelle,
tutte li solo per me, ne sono sicuro, e mi viene voglia di
ringraziarle ad una ad una.
Un'esperienza quasi mistica, giuro.

martedì 13 aprile 2010

Mourning

Giorno 7

Non ho molto chiaro quello che succede nel resto del mondo, non riesco
a percepirne le reazioni e le ripercussioni, se non quello che arriva
attraverso le onde trasmesse dalla BBC e la CNN, uniche televisioni
comprensibili ed accettabili tra le poche disponibili.
Il tempo per comprendere è poco, sommersi come si è dal lavoro, e poi
non è comunque voglia. Isolarmi e disintossicarmi non è un gran male.
Non ho potuto però ignorare quanto successo sabato in Russia, con il
disastro aereo in cui è stato coinvolto il presidente polacco, e non
tanto per la gravità dell'evento che, se fossi stato in Italia, non
avrei sicuramente percepito allo stesso modo. Quanto per il
coinvolgimento con cui è stato vissuto a bordo da tutti i membri
dell'equipaggio.
Già sabato, quando ancora ero sulla piattaforma, in attesa
dell'elicottero che mi avrebbe riportato sulla nave principale, il
nostro Venerdì ci informava fortemente dispiaciuto di quanto aveva
appreso dalla tv nella sua cabina.
Giunti qui, la televisione era perennemente puntata sui canali
d'informazione per le ultime novità. C'è il capitano, polacco, e
qualche altro responsabile, ma per il resto l'equipaggio è composto da
locali, tutti allo stesso modo coinvolti.
Ieri, come ogni settimana, si esegue una prova d'emergenza. Ogni uomo
abbandona la sua postazione andando verso il punto di riunione, la
sala mensa, dove viene verificata la presenza di ogni componente.
Ritrovarci tutti insieme nello stesso luogo è stata l'occasione per
condividere quanto era successo e dopo alcune parole del responsabile
per la sicurezza, un operaio, probabilmente anche prete o qualcosa di
simile, ha preso la parola invitandoci a pregare insieme in
un'atmosfera di commozione che avevo difficoltà a comprendere, con i
miei occhi da occidentale assuefatto ed insensibile oramai a tutto
quanto.
Ci penso ancora, e non riesco ancora a comprendere cosa ci siamo
persi, se per noi tutto o quasi scorre come l'olio quando non ci
coinvolge direttamente.

lunedì 12 aprile 2010

Giornate nigeriane

Giorno 5.

Non fate troppo caso all'odore che veniva fuori dai miei indumenti. E'
davvero insopportabile, lo ammetto.
Ma sono tornato appena qualche ora fa sulla nave principale e mi
sembra già di essere in un grand hotel, recuperando con la
forza del sapone una dimensione più evoluta.
Non ci pensi tantissimo quando sei appena tornato da un posto ficcato
dall'uomo con forza in mezzo all'oceano, le cui fondamenta scavano
fino
giù a 98 m sotto il livello del mare, e ti trovi in compagnia del tuo
team e di unico operatore, il nostro Venerdì, normalmente abitante
solitario
per tutto il suo turno di quest'ammasso di ferraglia. Non ci pensi
troppo, almeno per i primi due giorni, fin quando il tuo corpo non
comincia ad
esigere una dimensione meno estrema.
Con i barracudas lunghi almeno 70 centimetri, tonnetti pinna gialla e
miriadi di sardine e altri pesci sconosciuti che girano sotto ai tuoi
piedi
nel primo livello di questa struttura metallica, arruginita qui e li,
con l'olio ad ungere i passamani ed intorno esclusivamente mare, mare,
mare, in ogni
direzione, interrotta dalla luce delle piattaforme intorno a te, ti
rendi conto che quel luogo ed uno di quelli in cui soltanto in pochi
si sono trovati ad
essere. Tra tutti i luoghi del mondo quello che non si attendeva di
trovarsi tra i piedi un uomo a fare di quell'angolo sua proprietà.
E che l'essenzialità, virtù dimenticata, diventa esigenza con cui
convivere, quando il rancio arriva una volta al giorno, e ti trovi la
sera, seduto
su uno dei tanti gradini con lo sguardo fisso nell'oscurità, dopo una
giornata infinita e terribilmente sfrustrante di lavoro, ed il cielo
che non hai mai visto, con quelle latitudini.
E comunque, pensi che ne sia valsa la pena.

lunedì 5 aprile 2010

Come una Pasqua

Amico mio, ci si può sentire una Pasqua, molti dei quali comprendono te. Auguri, te li sei guadagnati, anche stavolta

giovedì 1 aprile 2010

Inabissarsi, a volte è saggio.

Poche parole, per cogliere il senso di questi giorni, in cui ho evitato di tediarvi con le mie idee sul voto e sul vuoto del pd, anche perché ho letto post ben più saggi in giro.
In realtà sono preso da altro, i preparativi per il viaggio in Nigeria rubano ogni mio pensiero. Torno adesso da un ultimo giro di 600 km, e martedì finalmente si parte.
E non sarà mica una vacanza, li in mezzo all'oceano.

Il titolo del post, l'ho preso dal blog di quest'ottima trasmissione di radio popolare, che anche i non milanesi possono ascoltare in podcast.
E poi era un buon titolo, per il primo di Aprile.

Shinystat

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