"Io anelo alla mia terra, nella cui polvere si sono consunte le membra e le ossa dei miei. Ricordo la Sicilia, e il ricordo viene dal dolore che mi travaglia. Ma se fui bandito da un paradiso come posso io darne informazioni"

venerdì 24 settembre 2010

Una serie di sfortunati bla bla bla

Esce la macchina dal garage, sistema gli ultimi pacchi nel bagagliaio, i bambini li posiziona sul seggiolino, la moglie accanto a lui aggancia la cintura di sicurezza. Con un leggero tocco delle dita sposta lo specchietto retrovisore e poi lancia un'ultima occhiata al muso della sua utilitaria tirata a lucido prima del viaggio che lo porterà al mare, finalmente.
Giusto il tempo di fare retromarcia prima che un uccello di passaggio su quel cielo non decida di depositare un getto scagazzante sul cruscotto, poco sopra al tergicristallo.
Incurante, con uno spruzzo cerca di tirar via l'orripilante regalo, ma l'imbratto si espande con il fastidioso rumore del tergicristallo a far da sottofondo.
Costretto a riaprire nuovamente la porta del garage, tirar fuori un secchio e gettarlo con forza contro quel vetro oramai unto, sente qualcosa nel suo motivato buonumore incrinarsi. Il presagio di qualcosa che da quel momento sarà inevitabile, e che probabilmente l'accompagnerà per tutti e quattrocento i chilometri che si troverà a percorrere.

Ed io ho proprio la stessa sensazione, in questi giorni. Come se si fosse aperto un varco nello spazio tempo in cui si possano moltiplicare i fenomeni fortuiti e le sfighe generiche che, se capitano tutte insieme, quanto meno, ti viene da chiederti se non fosse stato meglio dare uno sguardo agli oroscopi per poi decidere di restare sotto le coperte. A tempo indeterminato.
Non starò neanche ad elencarle, le sfighe, perchè per certe è meglio mantenere un certo riserbo, quanto meno per riservare quel briciolo di dignità che ormai resta. Tanto certi resti, sono ancora visibili, intorno a me. Solo per gli occhi attenti.
Però, quando per quelle strane coincidenze sono rimasto solo per le strade di Genova e, preso dalla certezza che tracannarmi due litri di birra all'Oktoberfest in piazza Vittoria sarebbe stato quanto meno avvilente, ho deciso di recarmi da Blockbuster, non pensavo potesse ancora esistere un posto del genere.
Un luogo in cui trovare così tanti bipedi disposti a fare una fila, dopo aver vagato tra gli scaffali dribblando popcorn e cheesecake, e cosa ancor più inconcepibile disposti a pagare ben 4,95€ per noleggiare un film, che si, potrai tenere anche tre sere di seguito, neanche fosse "C'era una volta in America", ma che fondamentalmente potresti procurarti in almeno dodici modi diversi.
Un luogo che è un residuo del passato a cui rimane ostinatamente legato, come se gli anni 90, ehi, fossero ancora intorno a noi. Come se non fosse passato tra noi Napster, Emule, Torrent, Coolstreaming, linkstreaming e quant'altro. Come se non ci fosse un modo per essere competitivi ancora oggi, magari offrendo un download in chiavetta in pochi minuti, o più semplicemente offrendo dei prezzi più competitivi.
Vederli così avviare, con coerenza magari, verso la fine, è roba da folli. Con le loro belle magliettine gialle. Da kamikaze sorridenti.

Per la cronaca l'inconsistenza della serata mi ha spinto a farlo, e cos'ì anch'io dopo la fila glieli ho pure dati quei cinque euro scarsi. Ed ho fatto pure la tessera. La conserverò tra i cimeli.

Peccato che poi quel maledetto lettore dvd non funzionasse. Vacca boia.


martedì 21 settembre 2010

I simpaticoni di Repubblica

Niente male la scelta della pubblicità nel bel mezzo della risposta di Walt.



martedì 14 settembre 2010

All'incontrario va

Vi ascolto. Non posso farne a meno. Metto da parte le mie letture, ed infilo le cuffie per nascondere la curiosità che dal primo minuto avete conquistato.
Immagino però che l'abbiate capito anche voi, ma non ve ne importa.
Il flusso delle vostre parole non ha cura di un compagno di viaggio particolarmente indiscreto. Alzo gli occhi di tanto in tanto per guardare i vostri volti.
Sembrate per caso capitati su questo vagone di seconda classe di un regionale, il vostro aspetto distinto tradisce una certa agiatezza non troppo ostentata. Potreste essere marito e moglie, tanta è il fastidio con cui lei inizialmente accoglie sul suo viso truccato le parole di lui. Una coppia stanca, magari, dopo una vita intera, ma così non è. E' chiaro.
Dalla bocca dell'uomo è un fluire dei ricordi inarrestabile, che sembra voler scavare indietro d'un secolo. Sembra una perla, rara come la voglia degli uomini anziani di parlare senza la durezza che la vita ha loro assegnato.
Le sue parole, dolci, invece, escono con difficoltà dalla sua bocca, le vedo costruirsi lentamente nel rimuginare delle sue labbra fino a quando non vengono sputate fuori senza condizione di discontinuità. E' un uomo forte ancora adesso, lo si vede, così rimango stupito nell'accogliere l'informazione sul suo anno di nascita, 1928.
Le sue parole non nascondono un'insicurezza che non smette di far notare alla sua interlocutrice, a questo punto anche a me, sottolineando piuttosto degli imprecisati problemi che fino in fondo non ha mai risolto.
"Ah, se solo avessi avuto un'educazione diversa, probabilmente non sarei così", si lascia sfuggire raccontando la sua infanzia napoletana.
Dei genitori rigidi, come lo si era una volta.
E poi lui, il fratello e le due cugine, quasi due sorelle. Figlie di uno zio a cui tutti avevano voltato le spalle, dopo il matrimonio con una sua dipendente, uno scandalo mai accettato in famiglia.
Uno zio silenzioso e misterioso. Che però lasciava trapelare un certo affetto per lui, coraggioso al punto da non lasciarsi sfuggire una lacrima neppure dopo esser rimasto incastrato con la mano nella portiera di una macchina.
Uno zio strano, additato persino come antifascista. Come suo nonno, forse, un rivoluzionario, osa dire, ricordando la scoperta, con il fratello, in un armadio, di un vecchio vestito da garibaldino.
I racconti si spostano velocemente lungo quegli anni, mentre lei, la testa appoggiata al vetro, accarezza la catenina d'oro, annuendo di tanto in tanto. A volte, le storie che percorre sembrano incrociarsi con i sogni, quei sogni così ricorrenti da prendere la forma dei ricordi.
Come l'incontro con Nuvolari, che a lui sembrava enorme tanto lui era piccolo, nell'officina del paese. Una tuta lucente, e quella cerniera lunghissima che lasciava poi aprirsi al collo, insieme al bavero che ne dava un tono fiero. E la sua macchina, un Alfa rossa bellissima, che racconta con quella "i" strascicata come a riprodurre lo stupore di quel momento, fino all'apoteosi della mano del campione che si pone sulla sua testa e chiede "Cosa fai, piccolo?". E lui muto, niente, silenzioso, timido, che non sa cosa rispondere, se non uno strascicato "Nulla signore, stavo guardandola".
E io sto lì, sfogliando distrattamente una rivista, di fronte a loro.
Scopro molte cose, dettagli infinitesimali che costruiscono i percorsi delle loro vite, e dei giorni appena trascorsi in Liguria.
Sono davvero lì per caso, dopo aver perso il treno per il quale avevano prenotato. E l'hanno perso dopo qualche bicchiere di troppo, che lui comunque ritiene di aver retto bene, in un parere che non collima con quello della sua compagna di viaggio. Che da allora si diverte a stuzzicarlo, ribadendo quanto abbia cercato di fermarlo più volte nei suoi tentativi di adescamento della cameriera, alla quale avrà ordinato parecchi caffè.
Lui, d'altro canto reagisce con un rossore istintivo, timoroso degli atteggiamenti che non ricorda affatto, e per il quale nutre il pudore nell'essere stato possibilmente sconveniente. E si contorce in questo timore allo stesso modo di prima, quando vagava tra i ricordi, questa volta però nel timore di una gaffe spinta dall'eccessiva loquacità che il vino potrebbe aver evidenziato ulteriormente.
Sembra passato velocemente, un viaggio di questo tipo, e potrebbe durare una giornata intera, senza sentire il peso.
Un incontro di una bellezza rara, che nei treni sembra però sempre possibile, probabilmente per quella possibilità di trovarti seduto dinnanzi ad uno sconosciuto, per minuti, ore, con la possibilità di conoscere, o soltanto di sbirciare quel poco che gli altri ti lasciano vedere.



E soltanto per una fortuita coincidenza la sera prima Dalla e De Gregori mi abbiano cantato di Nuvolari, in una piazza genovese.

venerdì 10 settembre 2010

Sottovoce

Le cronache raccontano di attacchi in pubblici dibattiti, di voci che inveiscono in tono perentorio, che zittiscono chi non si tollera. Lo spazio per il dibattito (il dibattito, si, che ci vuole) è risicato, non interessa davvero più nessuno, non c'è spazio per le posizioni ragionate, per la contrapposizione delle idee, per i toni misurati.
Il senso delle parole di Enrico Letta durante l'attacco a Bonanni cade nel vuoto, le parole vengono udite da chiunque come un canto del cigno, un segno di debolezza al confronto con le parole senza remore che scorrono su certi giornali e sulle bocche di certi politici.
In questo spazio pare non esserci neanche posto per il partito Democratico (complici le solite pecche su cui è inutile ripetersi), stretto tra le stridule espressioni di Di Pietro e un centro sempre più invadente. All'esposizione del pensiero risponde lo sbadiglio, alla complessità dei problemi prevalgono le soluzioni affrettate. In questo spazio può muoversi soltanto un'estremismo pericoloso, che chiaramente vediamo strisciare nell'humus creato dal malumore di tanti, che lascia parlare soltanto con toni forti. Possono muoversi soltanto atteggiamenti fascisti, come se questi fossero gli unici possibili quando la frustrazione non permette di formularne di migliori.

Sembrano lontani i tempi in cui alle cattive idee si poteva controbattere proponendone di migliori.

domenica 5 settembre 2010

Diario di Settembre

Tornavi dalle vacanze, era il momento per buttar via la polvere dagli scaffali dopo due mesi di vacanza, tutto lentamente tornava a rimettersi in moto. Cominciavi a stilare mentalmente la lista dei tuoi buoni propositi, una materia in cui migliorare, uno strumento da imparare, ricominciare con la pallavolo, attaccare bottone con quella tipa del classico.
La mente si muoveva disegnando percorsi, quando le possibilità che si dipanavano dinnanzi erano infinite, e costruivi mattone su mattone ciò che volevi essere.
Adesso che le responsabilità hanno rubato spazio alle possibilità, a Settembre hai ancora tempo per immaginare, benché tanti bivi li hai già imboccati.
E, sarà probabilmente per questo che ho sognato quest'immagine, andando per Navigli.

giovedì 2 settembre 2010

We used to wait

Dichiaratamente non li ho ancora apprezzati al punto giusto, per cui qualche giorno fa ho voluto visitare il loro sito così da ascoltare qualcosa dai vecchi album.
Mi sono trovato invece a cliccare su un video, scoprendone la geniale intuizione.
Un ragazzo, sulle note dell'ultimo singolo degli Arcade Fire, corre per le vie della mia città, fuori dal balcone di casa mia, e sembra quasi di vederlo scorrere accanto alla tua macchina posteggiata sul marciapiede. I popup continuano ad aprirsi rivelando uccelli in volo e alberi che sbucano dall'asfalto.
In questo visionario uso di Google Street mi è sembrato di vedere un pezzo di futuro, come quando ascoltavi l'ultimo disco dei Radiohead e ti davi di colpo uno scossone più in là.
Ho provato a vedere ciò che accadeva per le strade della casa palermitana per poi confrontarle con la paciosità delle campagne brianzole.
L'effetto è questo qui.


Poche ore dopo il Post, puntuale come al solito, ne raccontava i dettagli.

p.s. Guardarlo richiede che installiate Google Chrome. Da quel momento non ho smesso di usarlo. Mi sembra di una pulizia invidiabile.

Shinystat