"Io anelo alla mia terra, nella cui polvere si sono consunte le membra e le ossa dei miei. Ricordo la Sicilia, e il ricordo viene dal dolore che mi travaglia. Ma se fui bandito da un paradiso come posso io darne informazioni"

venerdì 4 luglio 2008

Dentro l'ipermercato

Qualche anno fa avrei pensato che un concerto in un centro commerciale rappresentasse l’uccisione dell’arte. Cosi fu, ieri sera però vado al Centro Torri (l’iper mega centro commerciale di Parma), dove tra borse della spesa, carrelli e vetrine illuminate, voglio sentir suonare i Baustelle. Il centro commerciale aperto anche di notte per accogliere l’annoiato passiò dei parmigiani ha preso il posto delle piazze dei nostri paesi in cui sentivamo cantare Little Tony e Adriano Pappalardo. Quando ancora vivevo in Sicilia tendevo a sottovalutare il fenomeno, ma giunto a Reggio Emilia ho subito capito l’importanza e la necessità di questi non luoghi. Mi capitava cosi, nei primi pomeriggi da straniero in patria, di soffermarmi in quelle piazze per sentire un calore che altrove non esisteva. Quando mi spingevo fino al centro della città, in quei giorni di febbraio, si entrava in quel regno di tristezza che forse solo le piccole città invase dalla nebbia ti sanno dare. Tra quelle vetrine invece la gente trovava quel surrogato della vitalità che era abitudine a Palermo. Sorseggiavano caffè, sfogliavano libri, compravano broccoli e carote, passavano dal barbiere e pagavano le bollette. Caldi in inverno e freschi d’estate, nei centri più grandi puoi stare perfino tutto un sabato. Puoi far la spesa della settimana, posare i pacchi in macchina e andare a fare un giro per i negozi d’abbigliamento, e tra un capo e l’altro mettersi in coda per la cena al ristorante messicano/giapponese/indiano, finir di digerire la cena alla sala giochi nella quale i bimbi si divertono a collezionare cartoncini per improbabili peluche, e concludere la serata al multisala vedendo Indiana Jones e trangugiando chili di pop-corn. Una situazione da incubo che in una vita può accadere, cosi com’è accaduto a me. Dopo tutto questo, le serate “aperte” non sono che la naturale evoluzione (involuzione).
Per questo potrei mettermi nei panni del radical-dandy-noglobal-alternativo e giudicare un concerto dei Baustelle in questi centri un vero e proprio delitto. Ma sono uscito da questo tunnel di luoghi comuni quando ho compreso che, baby, questo è il futuro, che ci piaccia o no. E’ il mercato a dettare le sue regole, e se non le accetti difficilmente riuscirai a mangiare a fine serata. Anzi, mi risultano adesso indigesti gli appartenenti alla suddetta categoria che con il portafoglio pieno sparan giudizi. Non esistono attenuanti per questi, il successo della band amata è uno spettacolo a cui assisterebbero meno volentieri della caduta di un angelo impertinente dal Paradiso. Solo nella fame c'è redenzione. Ma un pensiero è giunto sentendo cantare queste note che dicevano:

E’ difficile resistere al Mercato, amore mio
Di conseguenza andiamo in cerca
di rivoluzioni e vena artistica
Per questo le avanguardie erano ok,
almeno fino al ’66
Ma ormai la fine va da sé
E’ inevitabile
Anna pensa di soccombere al Mercato
Non lo sa perché si è laureata
Anni fa credeva nella lotta,
adesso sta paralizzata in strada
Finge di essere morta
Scrive con lo spray sui muri
che la catastrofe è inevitabile

Vede la fine in metropolitana,
nella puttana che le si siede a fianco
Nel tizio stanco

Nella sua borsa di Dior
Legge la Fine nei sacchi dei cinesi
Nei giorni spesi al centro commerciale
Nel sesso orale, nel suo non eccitarla più
Vede la Fine in me che vendo dischi
in questo modo orrendo
Vede i titoli di coda nella Casa e nella Libertà

E’ difficile resistere al Mercato, Anna lo sa
Un tempo aveva un sogno stupido:
un nucleo armato terroristico
Adesso è un corpo fragile
che sa d’essere morto e sogna l’Africa.
Strafatta, compone poesie sulla Catastrofe

Vede la fine in metropolitana,
nella puttana che le si siede a fianco
Nel tizio stanco
Nella sua borsa di Dior
Muore il Mercato per autoconsunzione
Non è peccato, e non è Marx & Engels.
E’ l’estinzione, è un ragazzino in agonia.
Vede la Fine in me che spendo soldi
e tempo in un Nintendo
dentro il bar della stazione
e da anni non la chiamo più.

Cosa c’è di più eversivo e rivoluzionario di tutto questo, raccontare i barbari in cammino, quando si è invischiati nella melma? E più grave esserci dentro o non rendersene conto?



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